Unicredit, la banca Italiana che parla anche tedesco ed altre lingue è in difficoltà. Gli acquisti di aziende creditizie dell’est (v. Ukrsotsbank ) si sono rilevate un cattivo affare, la pancia dell’azienda è appesantita da strumenti finanziari derivati. Dal 2003 al 2010 si sono susseguiti piani strategici, che di fatto, hanno prodotto solo “cantieri ed opere incompiute”. La logica che ha prevalso è stata quella dell’annuncio ad effetto, e con un passo avanti ed uno indietro l’azienda si trova ferma da un decennio al punto di partenza. Ad eccezione di alcuni top manager, liquidati con decine di milioni di Euro, i dirigenti incompetenti e responsabili di questi errori continuano imperterriti ed indisturbati la loro azione ed il sindacato subisce riorganizzazioni continue, costose ed inutili.
Con la strategia del bancone (One4C) l’azienda ha accentrato tutte le attività di back e middle office in un unico contenitore di circa 6.000 dipendenti. Attraverso una procedura di fusione per incorporazione è nata UBIS. Molti lavoratori hanno immediatamente capito che l’operazione non garantiva il futuro roseo promesso, ma solo dismissioni e perdita di posti di lavoro, insomma, un aggregato di lavorazioni diverse messe insieme, per poi successivamente essere smembrate con cessioni di ramo di azienda, di attività ecc. In modo determinato le lavoratrici ed i lavoratori e le strutture sindacali aziendali hanno chiesto l’apertura di un conflitto contro questo piano. In particolare, nel mese di febbraio, Roma è stata la città che ha organizzato uno sciopero molto partecipato ed ha aggregato la solidarietà dei lavoratori e dei delegati sindacali aziendali del territorio, nella convinzione generale che le dismissioni in atto nel gruppo Unicredito sarebbero state nefaste per tutti e gli effetti negativi si sarebbero prodotti in tutte le banche.
Purtroppo la disponibilità alla lotta messa a disposizione delle segreterie nazionali non è stata raccolta e, dopo molte vicissitudini, la vicenda si è chiusa con la firma apposta all’accordo quadro del 17 Febbraio, un epilogo di un atto finale che ha spento ogni entusiasmo precedente. L’accordo molto contestato dalle lavoratrici e dai lavoratori rinunciava non solo alla disponibilità di lotta, ma anche, alle garanzie occupazionali, in particolare si perdeva l’architrave su cui tutto si basava, la garanzia occupazionale ed il rientro nell’azienda di provenienza senza limiti di tempo. E’ da quel momento che le delegazioni trattanti hanno perso la fiducia dei lavoratori a tal punto che l’accordo quadro non è stato sottoposto al giudizio delle assemblee, ma solo illustrato in qualche territorio.
Non appena conclusa la vicenda suddetta, si è subito aperta la prima cessione di ramo di azienda delle attività delle risorse umane (ramo HR-SSC) in base all’art. 2112 c.c. e con una procedura prevista dall’art. 47 della legge 428/90. La cessionaria è una nuova società (una Newco) controllata al 51% dalla Hewlett-Packard, azienda del settore metalmeccanico. Una scatola vuota in via di definizione sarà il nuovo contenitore del ramo aziendale “Human Resource”. Nel settore la vicenda risulta essere molto delicata perché per la prima volta vengono interessate attività e lavoratori considerati fino a poco tempo fa centrali e, quindi, difficili da separare da altre attività importanti dell’organizzazione di qualsiasi azienda. Si assiste ad una fattispecie nuova dove l’azienda cessionaria controlla la gestione del personale della cedente, detiene i dati sensibili e tante altre informazioni riservate della stessa. Ma sarà realmente così ? O è plausibile un’altra spiegazione ? Infatti, le lavoratrici ed i lavoratori non credono alle promesse aziendali e sono convinti, invece, che la dismissione sarà fonte di esuberi e nella peggiore dell’ipotesi, la sostituzione dell’organico attuale con un “esercito di riserva” dai costi inferiori e collocati “in prossimità” delle direzioni centrali.
L’ Azienda al primo incontro di apertura della procedura ha dichiarato che il trasferimento delle attività rientrava all’interno dell’ art. 3 del CCNL (attività complementari e/o accessorie appaltabili) e con queste affermazioni hanno creato lo sconcerto, davanti alle segreterie nazionali, delle delegazioni delle rappresentanze aziendali le quali, fino a quel momento, attribuivano “le attività in questione a quelle di “core Business”, in quanto strettamente correlate all’attività amministrativa di gestione del personale, che nella sua fase operativa di esercizio del potere organizzativo e direttivo deve essere necessariamente interna all’azienda” (v. art. 1 del CCNL).
In particolare, le RR.SS.AA. Ubis del polo di Roma hanno ribadito quanto sopra e dichiarato incompatibile la cessione di ramo d’azienda attraverso l’art. 3 del CCNL ABI e hanno precisato che l’ appalto, in questo caso, avrebbe previsto l’esternalizzazione di sole attività e non dei lavoratori.
L’azienda ed anche alcune sigle sindacali, hanno minimizzato le questioni sollevate e ritenuta valida la procedura anche se in contraddizione con le regole del CCNL. In definitiva le segreterie nazionali hanno confermato la disponibilità ad aprire una trattativa sul presupposto avanzato dall’azienda con la giustificazione che senza accordo il solo articolo 2112 del c.c. sarebbe stato devastante per le condizioni dei lavoratori. Le delegazioni sindacali aziendali della Dircredito e della Fisac Cgil del territorio romano, hanno ritenuto obbligatorio abbandonare il tavolo e chiudere la consultazione nella sua fase informativa bloccando la procedura nel rispetto del contratto nazionale e delle leggi vigenti. Per questi motivi il segretario generale della FISAC – Cgil del comprensorio di Roma Sud – Ovest ha preannunciato che presenterà ricorso ai sensi dell’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori.
La formalizzazione di una diversa valutazione sulla titolarità delle trattativa, oltre alle evidenti differenze di merito, ha fatto maturare successive azioni di diffida nei confronti dell’azienda ed anche nei confronti delle segreterie nazionali e dei coordinamenti di gruppo. E’ stata formulata da parte delle Rappresentanze sindacali aziendali la richiesta a non firmare accordi senza mandato dei lavoratori.
Una vicenda esasperata che ha prodotto divisione ingiustificate, restituita una cattiva immagine del sindacato e nel particolare il ruolo svolto da alcune OO.SS., che non rappresentano iscritti in quella azienda, ha esacerbato ulteriormente il clima. La Fisac che è, di gran lunga, la prima O.S. in HR-SSC., sulla base delle regole previste dallo Statuto della CGIL, deve garantire la ripresa del confronto interno all’organizzazione, deve porre rimedio ad eventuali disfunzioni, verificare quale sia l’effettiva volontà delle lavoratrici e dei lavoratori di HR-SSC. Da questo ineludibile percorso democratico deve discendere il rispetto dell’opinione e delle volontà degli addetti e vanno perseguiti con tenacia e determinazione gli obiettivi condivisi. Siamo in presenza di una fase del tutto nuova che richiede anche la messa in discussione del modello concertativo sino ad oggi seguito, perché l’iniziativa di UNICREDIT, oltre a creare un’ulteriore ed estesa precarizzazione, avvia un processo di riorganizzazione la cui estensione all’intero settore è da ritenersi scontata.
L’area programmatica “La CGIL Che Vogliamo” non può che condividere e sostenere questa battaglia.